Questa fotografia non ritrae una presentazione, un palco o la consegna di un progetto. Ritrae una riunione settimanale tra project manager. Proprio per questo, per me, racconta molto più di tante immagini ufficiali.

Siamo in una sala riunioni. Io sono sul fondo, Bianca è in primo piano. La foto è di Mattia e ha una luce che mi è sempre piaciuta, ma non è soltanto una bella fotografia. È il ricordo di un ambiente in cui ho imparato una parte importante del mio mestiere: osservando persone più esperte, ascoltando il modo in cui affrontavano un problema e portando ogni settimana sul tavolo quello che funzionava e quello che non funzionava.

Un'agenzia è una scuola molto veloce

In agenzia si passa continuamente da un cliente all'altro, da un linguaggio all'altro e spesso da un settore all'altro. Un progetto può riguardare tecnologia e arte digitale; quello successivo un processo finanziario, un evento o una piattaforma editoriale. Questa varietà non lascia molto spazio alle formule imparate a memoria. Costringe a capire rapidamente il contesto, individuare le persone giuste e trasformare esigenze ancora confuse in decisioni concrete.

Aver lavorato con clienti importanti mi ha dato responsabilità, ma la parte davvero formativa è stata essere circondato da professionisti molto competenti. Account, creativi, sviluppatori, designer, producer, responsabili commerciali e figure tecniche guardavano lo stesso progetto da angolazioni diverse. Il mio lavoro non era conoscere il mestiere di ciascuno meglio di loro: era capire abbastanza bene ogni prospettiva da farle procedere nella stessa direzione.

"Il project management non mi ha insegnato ad avere tutte le risposte. Mi ha insegnato a riconoscere la domanda che mancava."

Quello che ho imparato da Bianca

Bianca era una senior project manager ed è stata una delle mie mentori. Da lei ho imparato soprattutto attraverso il lavoro quotidiano: come preparare una riunione prima che inizi, come separare un'urgenza vera dal rumore, come parlare con un cliente senza promettere ciò che il team non può consegnare e come proteggere il lavoro delle persone senza perdere di vista tempi e obiettivi.

Le riunioni PM settimanali servivano anche a questo. Non erano un rito aziendale da riempire con aggiornamenti. Erano il posto in cui rendere visibili i rischi, condividere soluzioni e imparare dai progetti degli altri. Un problema affrontato da una collega poteva diventare, la settimana dopo, uno strumento utile nel mio progetto. È una forma di formazione continua che raramente compare in un organigramma, ma che incide molto sul modo in cui si cresce.

Andrea Bellati e Bianca durante una riunione settimanale del team project management
Una riunione PM settimanale. In primo piano Bianca, senior project manager e mentore. Foto: Mattia.

Fare il PM significa stare nel mezzo

Il project manager vive in una posizione scomoda e preziosa: tra il cliente e il team, tra l'idea e ciò che può essere realizzato, tra la qualità desiderata e il tempo disponibile. Deve saper leggere un'offerta, costruire un piano, seguire un budget, facilitare decisioni, affrontare un imprevisto e comunicare con persone che usano vocabolari molto diversi. A volte, nella stessa ora.

Questa posizione mi ha formato a trecentosessanta gradi perché mi ha impedito di chiudermi in una sola specializzazione. Mi ha insegnato a passare dal dettaglio al quadro generale e poi a tornare al dettaglio; a capire quando intervenire e quando lasciare spazio; a tradurre una richiesta commerciale in attività realizzabili senza svuotarla del suo obiettivo.

La competenza degli altri non riduce la tua

Una delle lezioni più importanti dell'ambiente di agenzia è stata questa: lavorare con persone più esperte non mette in discussione il proprio valore. Lo aumenta, se si è disposti a osservare e a chiedere. La sicurezza professionale non nasce dal fingere di sapere tutto, ma dal sapere di chi hai bisogno e dal creare le condizioni perché quella persona possa lavorare bene.

È lo stesso filo che ritrovo nel lavoro invisibile dietro un progetto e nel modo in cui ho imparato a lavorare tra tecnologia, comunicazione e persone.

Oggi molte di quelle riunioni si sono confuse nella memoria. Questa fotografia, invece, è rimasta. Mi ricorda che una parte decisiva della crescita professionale avviene così: in una stanza, con persone capaci, mentre si prova a fare meglio il lavoro della settimana precedente.